Fight Club recensione critica

Fight Club recensione critica

La prima regola del Fight Club è: non dovete mai parlare del Fight Club. La seconda regola del Fight Club è NON DOVETE MAI PARLARE DEL FIGHT CLUB. Tyler non approverebbe questa recensione critica. E io non so se scrivere del libro o del film. Poco importa. Fincher è riuscito magistralmente a passare il messaggio dal libro alla pellicola. Quale messaggio? “Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo”. È il primo film della trilogia perché nel percorso di liberazione della mia vita (e mi auguro che questa sezione del sito possa aiutare te che leggi), questa pellicola, unita al libro mi hanno aperto gli occhi sulla realtà che vivevo (e vivo tuttora) da un punto di vista etnocentrico. La società occidentale è alla frutta, i vecchi valori sono stati sostituiti da bisogni consumistici e a questo punto, sfrutto il media e linko un punto focale del film, il dialogo al bar.

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L’analisi della società su Fight Club recensione critica parte 1

In questo dialogo tra i due personaggi traspare quella che è la grande problematica della nostra società. Il mondo si è complicato, la gente si preoccupa per cose che hanno un’importanza acquisita, l’uomo ha ormai perso la sua ragione di esistere. Col tempo la società consumistica ha innescato una serie di processi che complicano tutto. Non ci serve sapere cosa è un piumino. A noi interessa solo scaldarci. Ma oggi quando si acquista un prodotto non si guarda più alla sua funzionalità. Si preferisce privilegiare altri parametri, inutili, come il colore, il marchio, l’effetto che fa ai miei amici quando posto la foto su qualche social. Il fatto che sia della dimensione giusta, adeguato alle mie esigenze (vere esigenze) passa in secondo, terzo piano. Le nostre stesse interazioni sociali sono cambiate, con un processo similissimo. Non è più importante quello che si comunica ma come si comunica. Non si può più dire quello che si pensa veramente, ma ci si preoccupa di non offendere l’interlocutore, piuttosto che apparire belli, simpatici e vincenti. Tyler dice “evolviamoci, le cose vadano come devono andare”. È proprio questo il punto. Siamo usciti dalla strada del percorso evolutivo umano e brancoliamo nel buio. Le stesse varie battaglie sociali, sono dettate da crociate campate in aria, solo per immagini e luoghi comuni, portando avanti valori fatui, fragili, di carta, inattaccabili in nome di libertà rispetto e tolleranza, quando in realtà portano avanti principi completamente ridicoli. Inoltre la frase conclusiva della conversazione, “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono” è un mantra. Tutti questi oggetti, queste dinamiche, questi desideri costruiti da prototipi commerciali (essere fighi, essere vincenti, avere successo, farsi vedere ricchi e felici) alla fine possiedono la nostra vita. Tutto ciò diventa un fine non un mezzo

 Il discorso di Tyler

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Questa volta scelgo di far parlare prima Tyler e commentare poi. “Vedo tutto questo potenziale… e lo vedo sprecato… porca puttana, un’intera generazione che pompa benzina, serve ai tavoli, o schiavi coi colletti bianchi… la pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono… siamo i figli di mezzo della storia… non abbiamo né uno scopo né un posto.. non abbiamo la grande guerra né la grande depressione… la nostra grande guerra è quella spirituale…. la nostra grande depressione è la nostra vita… siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star… ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando… e ne abbiamo veramente… le palle… piene”. Parole sante. Questo è quello che sentiamo, vediamo, percepiamo ogni giorno, ma non tutti riusciamo a prenderne coscienza. La fretta, le difficoltà, le abitudini, la televisione, i social ecc…. ci annebbiano la vista. Chi se ne accorge? I pazzi, gli svitati, i disadattati e i ribelli veri (non quelli tanto per fare gli alternativi, poiché anche quelli fanno parte del sistema). La gente normale che se ne accorge e prova disagio a vivere in questo modo si rivolge a qualche psicologo-psichiatra che se ne lava le mani, affibbiando magari qualche medicinale o qualche giochetto mentale per mandarti avanti qualche giorno a resistere in questo castello di carta.

Fight Club recensione critica parte 2 Concentrarsi sul dolore

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Questa situazione della civiltà occidentale, questo nostro disagio interiore (spesso percepito in maniera poco chiara) ci porta ad avere un ronzio leggero nell’anima. E allora cerchiamo evasione, ci aggrappiamo a false fedi, come quella calcistica, piuttosto che in una band o un genere musicale; peggio ancora quando ci si aggrappa a uno “stile” vuoto come essere punk, geek, femministe, fashionvictim, animalisti ecc…. Peggio ancora quando si cerca qualche valore e si finisce nelle mani di qualche proto-setta orientale o veganesimo piuttosto che “l’omosessualità di ripiego”, pur di sentirsi parte di qualcosa di più grande. Ma senza arrivare a questi casi limite, anche la persona tipica, normale, nel suo quotidiano si aggrappa all’evasione, giochi che fanno vegetare senza fine e finalità, serie tv senza messaggi ma costruite a tavolino per tenere inchiodati gli spettatori a televisioni cellulari computer o qualsiasi altro mezzo utilizzato per accedere a quegli spettacoli di decadenza. Per non parlare di psicologi, molto titolati ma poco preparati, che propinano giochetti e pappe pronte, senza curarsi del malcapitato di turno che si rivolge a loro (peggio ancora sono quei “dottoroni” convinti di poter scegliere cosa è giusto e cosa è sbagliato con una persona con cui parlano per poche decine di minuti a settimana). Insomma tutto questo non serve. Serve confrontarsi col problema (il dolore della bruciatura), smetterla di fuggire, prendere coscienza del dolore e combattere. COMBATTI PER SAPERE CHI SEI

Siamo solo di passaggio

Stiamo per morire. Domanda secca: “Ragazzi cosa vorreste aver fatto prima di morire?” “Dipingere un autoritratto” “costruire una casa” “E tu?”. Panico. L’uomo comune occidentale non sa che farsene della propria vita, una domanda così semplice non trova risposta. Siamo troppo impegnati a inseguire prodotti, figure televisive, ideali fatui (successo, integrazione, rispetto). Potrebbe sembrare una banalità. Prova a uscire per strada e a chiedere una risposta secca. Nessuno sa che dire. I due ragazzi liberati da Tyler lo sanno. Il personaggio interpretato da Edward Norton no. Lui ha capito che la nostra vita è una bolla d’aria, ma non riesce a rinunciarvi del tutto. Non ha ancora capito che siamo solo di passaggio qui; morire prima o dopo non ha alcuna differenza

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